Cronografia ridotta
Nasce a Molina di Malo, paese agricolo a 20 km. da Vicenza; è il settimo e ultimo figlio di Giuseppe Battistella e Maddalena Saccardo, contadini. I genitori sono ferventi cattolici.
Riceve il santo Battesimo nella chiesa parrocchiale di Molina di Malo, con il nome di Giuseppe Antonio. In famiglia e dagli amici sarà normalmente chiamato Bepi.
Riceve la Prima Comunione, nel giorno del suo santo Patrono, nella chiesa di Molina di Malo.
Il ricordo della Prima Comunione lo accompagnò per tutta la vita e nel 1963, in occasione del Cinquantesimo inviò agli amici e ai parenti un’immaginetta con il ricordo di quella data e un significativo commento.
Muore la madre. Bepi ha nove anni. Ricorda una sorella che Bepi, in casa presso la bara rimase a lungo ritto, immobile, senza batter ciglio né mostrare una lacrima, ma confessò poi, che credeva di morire dal dolore. Alla mamma attribuiva il suo amore alla preghiera e la devozione alla Madonna. Nella devozione alla Madonna cerca consolazione per questa grande perdita. Dopo la morte della sig.ra Maddalena, il papà e i figli vissero insieme allo zio Antonio (fratello del papà), anch’egli vedovo e con una figlia.
Il padre dava molta cura all’educazione religiosa e morale dei figli e aveva con Bepi un bel rapporto.
Diviene catechista e membro dell’Azione Cattolica, ricoprendo anche per alcuni anni la carica di presidente del gruppo giovanile. Il suo carattere allegro e sorridente lo rende gradito nelle compagnie e nella vita sociale. Ama molto i cori alpini ed è un ottimo giocatore di bocce.
Il padre ebbe grande influenza sul carattere di Bepi, sia per l’amore al lavoro e al sacrificio, sia per l’onestà e la fiducia nella Provvidenza di Dio.
In un’altra lettera a suor Flora, di poco successiva, P. Pietro consiglia di farlo studiare in casa o in Seminario (Giuseppe aveva solo la quarta elementare).
Giuseppe incomincia a studiare in privato, pur continuando il duro lavoro dei campi. Tre volte la settimana, in bicicletta, va a Thiene dai PP. Giuseppini per prendere lezioni. A Molina lo aiutano altri sacerdoti. Fu un grande impegno.
Alla fine dell’anno scolastico avrebbe dovuto dare l’esame a Vicenza come privatista, ma per un disguido postale non fu avvisato in tempo dell’inizio degli esami.
Alcuni interpretarono il fatto come segno della volontà di Dio: Bepi non era fatto per il sacerdozio.
La situazione familiare fu aggravata dalla morte del fratello Pitro (1926) che lasciava due orfanelle. L’aiuto di Bepi nella famiglia allargata sembrava indispensabile.
«Un giorno alla sorella, suor Flora, giunse una lettera da casa: “Bepi lavora tutto il giorno e inonda tutti di gioia, ma di notte lo sentiamo pregare e piangere. Bisogna pensarci”».
Giuseppe è accolto a Schio, nell’Istituto Don Bosco. Scrive Danovaro: «A Schio Bepi portò l’entusiasmo di un neofita, una volontà decisa di tendere alla perfezione, docilità, impegno, cordialità e carità per tutti».
Alla fine dell’anno ottiene la promozione. Il Rettore scrive alla sorella (suor Flora) che Giuseppe "aveva la stoffa adatta per diventare un vero Salesiano".
Il parroco ritiene inaccettabile la proposta e va a prenderlo e a riportarlo a Molina di Malo.
Fu un nuovo momento di forte prova per il giovane Giuseppe. Per la seconda volta i suoi sogni sembrano infranti. Sarebbe utile cercare di studiare meglio questo periodo, sia dal punto di vista cronologico, sia – per quanto possibile – sotto il profilo spirituale.
Suor Flora apparteneva alla Congregazione delle Piccole Suore della Sacra Famiglia, che lavoravano anche presso la Casa Generalizia dei Figli di Maria. La Superiora locale, suor Amedea, che conosceva il caso, ne parla con il Superiore Generale (P. Giacomo Bruzzone), il quale prende a cuore la questione.
Danovaro: «P. Bruzzone ricevette Bepi a Roma, vide che il giovane aveva ottima volontà, sincerità nel manifestare il suo animo e chiari segni di vocazione e gli assegnò come casa l’Istituto Sacro Cuore di Siena, in qualità di aspirante al sacerdozio».
Con l’aiuto di una buona memoria e di una grande forza di volontà, compie notevoli progressi. Alla fine dell’anno – ricorda P. Giovanni Parodi – pur ripetendo ad oltranza di trovarsi a disagio nel mondo della cultura, "sapeva intendere e tradurre diversi prosatori latini e gustare, commentando, i migliori nostri scrittori".
Nei pomeriggi svolgeva il servizio di assistente dei convittori e riusciva, mantenendo la sua umiltà, a farsi rispettare e obbedire, senza castigare.
Terminato l’anno scolastico, la valutazione dei superiori fu positiva sotto ogni aspetto e Giuseppe fu ammesso al Noviziato.
Scrive Danovaro: «I compagni lo osservarono prima con aria di attesa, poi di simpatia. Finirono per essere toccati dalla sua modestia, sincerità, semplicità e specialmente dalla serietà con cui giorno dopo giorno seguiva la regola e accettava le direttive del padre maestro».
Nella relazione di maggio (1935) il Maestro scrive: «Confermo che Battistella Giuseppe è un giovane fornito di ottime qualità morali; non solo è di soda pietà, ma vive la vita interiore, pronto a qualunque lavoro, pronto a qualunque sacrificio, pieno di carità, docilissimo, niente permaloso, in armonia con tutti e sempre».
Inizia gli esercizi spirituali in preparazione alla professione religiosa (dureranno fino al 7 settembre). Prende appunti delle prediche esprimendo dei propositi.
Emette i primi voti (ad Triennium), nella Casa di Porto Romano – Fiumicino. In un’immaginetta scrive: «Religioso! Misericordias Domini in aeternum cantabo» [Danovaro, 21-22].
È destinato dall’obbedienza alla comunità dell’Istituto Sacro Cuore di Siena, dove completa gli studi umanistici e frequenta in seguito il Seminario. Nello stesso tempo svolge il compito di assistente degli studenti dell’Istituto. Come negli anni precedenti si fa ben volere per la sua semplicità, generosità e umiltà.
Scrive di lui un confratello: «Ho potuto riscontrare in lui quanto è desiderabile in un giovane chiamato all’apostolato nella nostra Congregazione: volontà di bene, impegno di prepararsi, decisione assoluta per quanto è richiesto per realizzare l’ideale, pietà profonda, zelo, carità, tutto fa ottimamente sperare in lui» [Danovaro, 23].
È ordinato Diacono a Siena.
È ordinato Presbitero a Siena, il giorno di Sabato Santo.
Quel giorno scrive una pagina che tenne poi nel breviario, meditandola spesso:
PROGRAMMA:
- Portare Gesù alle anime con l’amore, con la preghiera, con il sacrificio;
- Portare le anime a Gesù.
METODO:
- Vivendo nel Tabernacolo;
- Vivendo la Madonna Bianca.
MOTTO:
- Sempre meglio.
INVOCAZIONE:
- Gesù donami il tuo amore;
- La tua confidenza;
- La tua intimità;
- La tua conversazione;
- Le anime peccatrici;
DONAMI:
- Di pensare la Messa;
- Di meditare la Messa;
- Di amre la Messa;
- Di santificare la Messa.
Gesù, perdona, purifica, salva, santifica.
Gesù: grazie, grazie, grazie.
Celebra la Prima Messa, il giorno di Pasqua, nella cappella dell’Istituto Sacro Cuore a Siena, impartendo – alla fine della celebrazione – la speciale benedizione consentita per la particolare occasione.
Appena ordinato sacerdote, P. Giuseppe fece domanda ai superiori di partire missionario in America Latina. Era fiducioso di essere esaudito, ma non fu così.
Scrive Danovaro: «Il padre Superiore Generale, infatti, che da tempo aveva notato in lui una profonda vita interiore, una grande disposizione alla contemplazione, la dote di farsi amare e seguire dai giovani, un grandissimo attaccamento alla vita religiosa e alla Congregazione e appunto un genuino spirito missionario, preferì porlo – appena ordinato – tra i novizi come vice-maestro». Fu una nuova prova per la sua fede e per il suo spirito di sacrificio. La sua ubbidienza fu sofferta e a intervalli di tempo chiedeva di essere esonerato da questo genere d’incarichi.
Per vari anni (una decina) si occupò dei novizi, prima con il grado di Vice-maestro, poi di Maestro. Scrive Danovaro: «Per lui fu un periodo di silenzioso, profondo arricchimento spirituale e culturale, di assimilazione dello spirito del Frassinetti e dei grandi maestri di ascetica e di mistica, di studio assiduo del Vangelo, di adorazione alla S. Eucaristia» .
Pur rimanendo Maestro dei novizi, è pregato di attendere alla cappella della Borgata, la domenica mattina (in precedenza era stata tenuta dai PP. Sacramentini). Fu un crescendo di apostolato.
- Lascia l’incarico di Maestro dei novizi. Aiutato da altri confratelli, di cui fu il superiore fino al 1958, svolge il servizio pastorale nella Borgata di Torrevecchia.
Cappellano a Torrevecchia. Scrive Danovaro: «Come cappellano (la parrocchia fu eretta quando lui partiva) diede tutto se stesso alle anime. Ben presto notarono la sua modestia, la sua ordinata povertà, la sua vita integerrima e lo stimarono. Poi ammirarono la sua inesauribile generosità, la sua capacità di stare a contatto con i più umili, mettendosi nella loro pelle in ogni pena e problema: allora lo amarono come un vero padre, tutti» [Danovaro, 33].
Si dedica al catechismo, alle confessioni, alla cura dei malati e dei poveri, alla predicazione. Celebra la Messa nella cappella delle Maestre Pie dell’Addolorata in via Bonacossa. Nelle domeniche organizza l’oratorio festivo con giochi e il cinema.
Organizza una peregrinatio di un simulacro della Madonna tra le case della Borgata, che quotidianamente accompagna tra le famiglie. L’iniziativa, iniziata nell’anno mariano, durò per circa tre anni, riscuotendo una sempre maggiore adesione tra la popolazione.
Iniziano i lavori per la costruzione della chiesa parrocchiale di S. Cipriano. P. Battistella partecipa ai lavori. Tra la gente si diffonde la speranza che sarà lui il nuovo parroco. P. Battistella tuttavia non ambiva a cariche di responsabilità. La parrocchia è eretta il 12 dicembre del 1957, ma è affidata al clero diocesano nella persona di don Alfredo Dell’Orto. Ci furono delle proteste da parte della popolazione e anche una petizione a Papa Pio XII affinché fosse nominato parroco P. Battistella. Il quale è trasferito dai superiori in un’altra Casa della Congregazione. P. Battistella obbedisce prontamente.
Si ammala gravemente di artrosi. Per un certo tempo deve stare immobilizzato a letto. Poi torna nella Casa Generalizia in Roma, dove per alcuni mesi, lentamente, riprende i movimenti. È un momento di grande prova; sembra umanamente finito.
Mercoledì Santo. In aereo raggiunge la Sardegna, dove lo chiama l’obbedienza. Scrive Danovaro: «A Cagliari passò il primo anno quasi sempre immobilizzato in camera, poi grazie alle cure del prof. Cabitza, al busto e al tavolato, cominciò a “far sganciare” la spina dorsale e le gambe. Da quando però aveva potuto scendere la scaletta, la chiesa era diventata la sua dimora preferita e la buona popolazione della zona s’accorse d’aver presente non solo un sacerdote malato, ma un sacerdote santo, pronto alle confessioni, alla preghiera comune, alla consolazione» [Danovaro, 35].
È eletto dai confratelli come “delegato” al Capitolo Generale FSMI. In quell’adunanza parlò poco ma pregò moltissimo [Danovaro, 36].
Tornato a Cagliari, è nominato cassiere della casa religiosa. È un compito nuovo per lui, diverso dall’apostolato che desiderava. Compie questo incarico con grande precisione, quasi con scrupolo, considerando questo esercizio di pazienza e ordine come una scuola di virtù e di santificazione. In modo particolare ricorre al patrocinio di S. Giuseppe, per svolgere bene il suo dovere.
È trasferito a Oristano, nella Casa religiosa attigua alla parrocchia del Sacro Cuore di Gesù. Resterà a Oristano per circa quattro anni.
A Oristano s’impegna particolarmente nelle confessioni, nella predicazione, nelle adorazioni.
È nominato Assistente della gioventù femminile di Azione Cattolica e riesce a trasfondere in queste giovani l’amore per la santità.
Scrive Danovaro: «La sua presenza in confessionale attraeva persone di varie zone alla chiesa del S. Cuore e anche diversi sacerdoti venivano abitualmente da lui. L’Arcivescovo volle che predicasse più volte ritiri ed esercizi spirituali ai seminaristi e fosse confessore dei sacerdoti durante i ritiri mensili» [Danovaro, 38].
Parte da Oristano.
Predica gli esercizi spirituali (8 giorni) ai novizi FSMI a Porto Romano-Fiumicino.
Chiede di essere portato all’aeroporto di Fiumicino per acclamare Papa Paolo VI, che ritorna da New York in Italia, dopo il viaggio all’ONU.
Non riesce ad alzarsi dal letto. Sembra influenza, è invece una grave crisi: precoma diabetico. P. Giuseppe era sofferente da vari anni. Probabilmente però si faceva sempre più viva in lui la sensazione che la morte fosse ormai vicina. In una lettera del 1965.08.31 scrive a F. Quintili: «Corre voce che la religiosa obbedienza riporti P. Stella a Roma, nella cara comunità di Fiumicino. P. Stella pensa e aspetta che sorella morte lo riporti nel regno dei morti vivi» [Danovaro, 39]. </p>
Poi vi fu una ripresa, tanto che persuasero a ripartire per casa i due nipoti giunti da Vicenza a visitarlo. Egli stesso pensava poter tornare presto a Fiumicino. Chiese e ricevette tre volte la S. Comunione, pregò di portargli gli occhiali, il Breviario e il Santo Rosario che per tre giorni riuscì a recitare, rivolgendo frequenti atti di amore al Signore, edificando dottori, infermieri e visitatori per la sua gentilezza e spiritualità.
Sopravvenne invece improvviso uno stato settico che lo fece soffrire moltissimo. Egli riavendosi a tratti ringraziava i presenti, baciava il crocifisso e si assopiva. Poi entrò definitivamente in coma e fu la fine [Danovaro, 79].
Muore alle 12:10, al Policlinico.
La notizia della sua morte colpì profondamente i confratelli, i parenti, gli amici e tanti figli spirituali, ai quali avevano dato l’annuncio il Padre Generale e la stampa (Osservatore Romano, Il Messaggero, Il Tempo e L’Unione Sarda) [Danovaro, 79].
I funerali si svolsero a Fiumicino qualche giorno dopo, alla presenza di una folla numerosa di confratelli, amici, fedeli. Celebrò la S. Messa P. Damiano Meda, nipote di P. Battistella. Era presente l’Arcivescovo di Cagliari, Mons. Paolo Botto e il Cancelliere della curia di Porto e Santa Rufina, in rappresentanza del Card. Tisserant.
Al termine del rito funebre, prima di impartire le esequie, il Padre Generale rievocò, con commosse parole, la figura dell’indimenticabile Padre, mettendo in luce la sua ansia di apostolato, il suo spirito di preghiera, la sua incondizionata fedeltà agli ideali del sacerdozio e della vita religiosa.
Poi il feretro fu accompagnato dai parenti, confratelli, novizi e aspiranti al cimitero di Porto, ove le sue spoglie riposano nella tomba della nostra Congregazione [Danovaro 81].
Giuseppe Battistella fu ricordato solennemente, con una S. Messa funeraria, nelle parrocchie di Molina di Malo, S. Bartolomeo (Cagliari), Gavi, S. Cipriano (Torrevecchia – Roma), S. Cuore (Oristano).
Scrive di lui P. Danovaro: «Innamorato di Dio, sempre pronto a capire e perdonare i fratelli, felice del suo sacerdozio e della sua vita religiosa, amabile nel suo naturale, sorridente nel suo dolore, trascinatore di anime alla santità… così ricordiamo e ricorderemo P. Battistella “piccolo prete” che per la nostra Congregazione e per la Chiesa fu una benedizione».